Perché la maggior parte delle strategie di visibilità fallisce ancora prima di cominciare — e cosa misurare invece 

Esiste una conversazione che si ripete, quasi identica, in ogni azienda che cresce abbastanza da permettersi un team digital. Va così:

Il CEO chiede: “Come stiamo andando online?”

Il marketing risponde: “Bene, il traffico organico è stabile.”

Fine della conversazione. Fine dell’analisi. Fine dell’opportunità.

Il problema non è il marketing. Il problema è la domanda. “Come stiamo andando” presuppone un’unica metrica, un unico canale, un unico momento del percorso. Ma il comportamento reale degli utenti — quelli che poi diventano clienti — non funziona così da almeno tre anni.

Il momento in cui Google ha smesso di essere il punto di partenza

Fino al 2020, circa, il percorso di un potenziale cliente era prevedibile: bisogno → ricerca su Google → landing page → contatto. Un funnel lineare che le agenzie ottimizzavano con precisione millimetrica.

Quel percorso esiste ancora. Ma non è più l’unico, e spesso non è nemmeno quello prevalente.

Oggi un professionista che valuta un fornitore di servizi fa una cosa diversa: lo cerca su LinkedIn per capire se ha una prospettiva credibile, poi guarda se ha video su YouTube o clip su Instagram per vedere come si esprime, poi — solo se supera queste prime verifiche informali — va su Google per cercare il suo nome e trovare il sito.

Questo cambia tutto. Non perché Google conti meno, ma perché il lavoro di convincimento avviene molto prima che l’utente arrivi lì.

La branded search — quante volte il tuo nome viene cercato direttamente — è oggi il segnale più affidabile che il tuo ecosistema di contenuti funziona. Se quel numero cresce,

qualcosa di monte sta lavorando bene. Se è piatto o cala, puoi avere tutta la SEO tecnica del mondo e non importerà molto.

Il framework che uso con i miei clienti: i tre livelli di visibilità

Ho smesso di parlare di “SEO e social” come due strategie separate. Parlo invece di tre livelli sequenziali, ognuno con una logica, un formato e una metrica diversa.

Il primo livello è la scoperta. Avviene sui social, prima che l’utente sappia chi sei. L’algoritmo decide se distribuire i tuoi contenuti in base a segnali di engagement — salvataggi, tempo di visione, condivisioni. Non ti cerca: ti incontra. Le metriche che contano qui sono reach, save rate e la crescita dei follower qualificati (non in assoluto: nel segmento che ti interessa).

Il secondo livello è la conferma. L’utente ha già una prima impressione formata — positiva, speriamo — e va a verificarla. Cerca il tuo nome su Google, su ChatGPT, su Perplexity. Qui entra la branded search. Se non trova nulla di coerente con l’impressione che si è fatto al primo livello, il percorso si interrompe. Se trova contenuti autorevoli, si consolida.

Il terzo livello è la conversione. L’utente arriva al tuo sito già orientato, già convinto in buona parte. Il sito non deve convincerlo: deve non deluderlo. Time on page, qualità dei lead in entrata, tasso di richiesta di contatto: queste sono le metriche che parlano.

Il problema della maggior parte delle strategie è che presidiano bene il terzo livello, discretamente il secondo, e quasi per niente il primo. Eppure è il primo che alimenta tutto il resto.

Cosa cambia concretamente nella produzione di contenuti

La tentazione, quando si capisce questo schema, è di “fare più contenuti”. È la risposta sbagliata.

La risposta giusta è cambiare la logica di produzione: da “creo contenuti per posizionarmi su Google” a “creo contenuti che generano domanda, e quella domanda poi intercetto”.

In pratica significa tre cose.

Prima: la keyword research non si fa più solo su SEMrush. Si fa guardando i suggerimenti di ricerca interni di TikTok e YouTube, le query che emergono nei commenti, le domande ricorrenti su LinkedIn. Queste sono le domande reali, espresse con il linguaggio reale delle persone che ti interessano.

Seconda: lo stesso nucleo di valore si declina in formati diversi per contesti diversi. Non “lo stesso post su tutti i canali” — questa è distribuzione, non strategia. Un insight forte diventa una clip da 60 secondi per i social, un thread argomentato per LinkedIn, un articolo approfondito per il blog. Ogni formato serve un momento diverso del percorso.

Terza: la coerenza tematica ha più valore della frequenza. Gli algoritmi delle piattaforme tendono ad associare gli account a degli ambiti tematici. Un profilo che parla sempre dello stesso tema con profondità crescente viene mostrato come risposta alle ricerche correlate molto più spesso di uno che pubblica tanto ma in modo dispersivo.

La domanda che fa emergere il problema

Quando inizio un progetto con un’azienda, faccio sempre questa domanda: se un vostro potenziale cliente cercasse il problema che risolvete — non il vostro nome, il problema — dove vi troverebbe?

Su quante piattaforme comparireste? In che formato? Con che autorevolezza percepita?

La risposta onesta, nella maggior parte dei casi, è: quasi da nessuna parte, a meno che non siamo disposti a pagare per l’advertising.

E questa non è una critica al team. È una conseguenza di un modello mentale che è rimasto fermo mentre il comportamento degli utenti si è evoluto.

Il modello nuovo richiede una visione più ampia di cosa significa “essere trovati” — e una maggiore chiarezza su dove, davvero, si forma la decisione di contattarvi.

Lavoro con aziende e manager che vogliono costruire una presenza digitale che genera valore nel tempo, non solo traffico. Se questa prospettiva ti interessa, la conversazione può iniziare da qui.

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